Lettera 36

STORIE DI CORAGGIO E DI VILTÁ

Giovedì, 21 maggio 2020. La difficile situazione che vivono i giornalisti sotto scorta, perché minacciati dalle mafie, è cosa nota. Alcuni di loro, in questi anni, hanno preso la parola dai nostri microfoni e di questo ne andiamo fieri.

Le loro storie andrebbero raccontate a monito di chi ha la memoria corta o ne sminuisce l’impegno costante al servizio dell’informazione.

Le mafie li hanno condannati a morte. Ricordiamo la fermezza di Federica Angeli nel raccontare dei clan che infestano la sua Ostia o di Paolo Borrometi che ha scritto e scrive di agromafie, seconde per fatturato solo al traffico di droga. Le sue denuncie hanno fatto chiudere per mafia aziende che producevano l’oro rosso, il pomodoro pachino. Altri nomi, Floriana Bulfon, Giovanni Tizian, che ha raccontato la ‘ndrangheta emiliana, una realtà della quale si negava l’esistenza ma che, dice “dopo il grande processo ha continuato ad agire. Molti pensano che sia sparita, ma ci sono già le nuove leve che hanno conquistato nuove zone. E la colpa è anche nostra, dietro c’è la responsabilità di istituzioni e imprenditoria che fanno finta di nulla”, e non ultimo Sandro Ruotolo per le sue inchieste sui Casalesi, e molti altri ancora.

Ma quante persone hanno la scorta in Italia? Le cifre ufficiali più aggiornate sono state fornite dal Ministero dell’Interno al 1° giugno 2019, le misure di protezione erano in totale 569. La regione prima in classifica è il Lazio (con 173 tutele), seguita dalla Sicilia (124). Le categorie maggiormente tutelate – scrive il Viminale – riguardano “magistrati, imprenditori e diplomatici, oltre a politici, giornalisti e alti dirigenti dello Stato”. Il numero dei magistrati sotto protezione, al 1° giugno 2019, era di 274, i politici erano 82, gli imprenditori 45 e i diplomatici 28.

Poi, disgraziatamente, ci sono uomini come Mario De Michele, il direttore del giornale online, «Campania Notizie», che alcuni giorni fa è stato posto sotto indagine per aver simulato i due attentati subiti il 14 novembre 2019 ed il 4 maggio 2020. La Direzione distrettuale Antimafia di Napoli ha accertato che i colpi di pistola contro la sua casa e contro la sua auto li aveva sparati lui con la complicità del vicedirettore del giornale web, Pasquale Ragozzino. Nell’avviso di garanzia si legge che i due “accusavano falsamente ignoti di aver commesso due attentati con colpi d’arma da fuoco”. De Michele già interrogato, dopo una perquisizione dell’abitazione, avrebbe ammesso il falso, dimettendosi dalla direzione. “Ho commesso gravi errori imperdonabili”, ha scritto il direttore di «Campania Notizie» nel suo ultimo editoriale di domenica scorsa, annunciando “un passo di lato” e lasciando il testimone ad altri suoi colleghi, parlando di “stanchezza fisica e mentale”. Ha poi chiesto scusa “a magistratura, carabinieri, prefettura” e ha annunciato di volersi dedicare alla famiglia.

Anche se fin dall’inizio i carabinieri di Aversa avevano invitato alla prudenza. Troppo le stranezze in quegli attentati. E anche la lettura di vari articoli pubblicati sul suo periodico invitavano alla cautela: pieni di attacchi infamanti al mondo dell’antimafia casertano, in particolare verso l’Associazione Libera, il Comitato don Peppe Diana e le cooperative sociali che gestiscono i beni confiscati alle mafie. Articoli che gli avevano provocato varie denunce per diffamazione. Tutto ignorato.

Una storia certo non finita. “C’è un lato ancora totalmente nell’ombra – denunciano ancora il Comitato e Libera -. Crediamo ma speriamo di sbagliarci, che all’appello manchino registi e attori protagonisti, manchino gli intrecci e una diffamazione organizzata a tavolino. Siamo fiduciosi nelle forze dell’ordine, che già ora ringraziamo e che di certo sapranno ricomporre il puzzle”. Si indaga soprattutto sui rapporti col mondo politico locale coinvolto in gravi inchieste su intrecci con la camorra. “Se la si vuole vedere da molto vicino questa è una storia triste prima di essere una grave simulazione in danno dello Stato (che gli aveva assegnato la scorta) e in danno della comunità dei giornalisti italiani,- dichiara Articolo 21 – la quale purtroppo conta un numero elevatissimo di giornalisti protetti dalla pubblica sicurezza per le minacce ricevute dalla mafia e (ultimamente) anche dalle organizzazioni neofasciste. Quest’ultime hanno costretto Paolo Berizzi, inviato di «Repubblica», a vivere sotto scorta per l’escalation di intimidazioni ricevute “a causa” delle sue inchieste sui nuovi gruppi neofascisti. Si moltiplicano le critiche, le perplessità anche della categoria per questa vicenda. Tutte legittime naturalmente, ma sarebbe un grave errore rimettere, proprio adesso, in discussione la battaglia a favore dei giornalisti minacciati solo perché un uomo fragile ha bluffato. De Michele oggi è un indagato, verrà processato, si difenderà, si giustificherà, farà ciò che l’ordinamento gli consente”.  

L’Ordine dei giornalisti della Campania ha diffuso un comunicato in cui annuncia l’apertura di una procedimento disciplinare contro il giornalista. Anche il sindacato interviene: “Attendiamo le conclusioni dell’inchiesta, ma se davvero Mario De Michele ha finto di aver subito un attentato, non solo va revocata la scorta, ma deve essere sanzionato dall’Ordine per aver preso in giro chi rischia davvero, soprattutto in un territorio ad alta densità criminale come quello di Caserta, dove, per le minacce dei Casalesi, ci sono ben quattro cronisti sotto scorta”. Gli stessi che in queste ore staranno già facendo tesoro della simulazione di De Michele, un tesoro utile a screditare tutti i cronisti di nera.

Staremo a vedere

Il Direttore